Displasia dell’anca

Pubblicato il 12 dicembre, 2012, in: Arti Inferiori, Rubrica da

La displasia dell’anca è una deformità articolare che ha inizio durante la vita intrauterina del bambino, ma continua a evolvere durante i primi anni di vita. Questa scoperta ha fatto abbandonare la vecchia definizione di “displasia congenita dell’anca” in favore di quella più corretta di “displasia evolutiva dell’anca“.

Il carattere distintivo di un’anca displasica alla nascita è l’instabilità, ovvero l’eccessiva lassità dell’articolazione che permette alla testa femorale di uscire e rientrare nella cavità acetabolare sotto l’azione di forze esterne (ad es. quelle esercitate da un ortopedico pediatrico nella visita del neonato). Se l’instabilità sfugge alla diagnosi e non viene trattata, con il passare dei mesi la testa femorale, sottoposta all’azione dei muscoli e poi del peso corporeo, perde gradualmente i rapporti con la sua sede naturale (il cotile) e risale verso l’alto, configurando una lussazione permanente dell’anca.

Come per molte altre patologie, anche per la displasia dell’anca non esiste una causa determinante nota, esistono semmai diversi fattori di rischio che, combinandosi tra loro, possono portare alla comparsa dell’istabilità.

Displasia ancaIn particolare la lassità capsulo-legamentosa, condizione in gran parte geneticamente determinata e quindi con caratteristiche di familiarità, sembra essere un elemento chiave.
Altro fattore è la posizione intrauterina del feto: una presentazione podalica a ginocchia estese sembra favorire la distensione abnorme della capsula articolare, predisponendo alla displasia. Infine la postura del neonato può influire sullo sviluppo della malattia: una posizione ad anche addotte ed estese (ovvero con le cosce unite tra loro e completamente distese) , come accadeva in passato con la tradzionale fasciatura del lattante, è pericolosa. L’avvento dei pannolini ha drasticamente ridotto l’incidenza di displasia.

La displasia evolutiva si manifesta in modo differente nelle diverse età della vita. In particolare:

  • Nel neonato: solo una vista ortopedica pediatrica permette di identificare la condizione di instabilità, che normalmente non produce segni o sintomi evidenti.
  • Nel bambino che ancora non cammina: l’azione della muscolatura può avere già portato ad una lussazione parziale (sublussazione) o completa dell’articolazione. Questa si presenta con un accorciamento della coscia corrispondente (facendo piegare le ginocchia al bambino appoggiato sul dorso si può notare che le due ginocchia non sono allo stesso livello), con un asimmetria delle pieghe cutanee della natica, con una limitazione dell’abduzione dell’anca interessata (ovvero una difficoltà nel divaricare).
  • Nel bambino che cammina: l’effetto del peso corporeo tende a lussare l’articolazione, producendo un accorciamento dell’arto corrispondente e quindi una zoppia. Il bambino è costretto a camminare sull’avampiede.
  • Nell’adulto si possono verificare due condizioni, a seconda che l’anca sia lussata oppure no. Nel primo caso, i problemi sono più spesso a carico della colonna (iperlordosi) e del ginocchio (valgo), che vengono costretti ad un sovraccarico funzionale di compenso. Nel secondo caso, un anca sublussata o centrata ma con un acetabolo poco profondo (displasia residua) può sviluppare precocemente un artrosi severa, che differisce da quella primaria per la grave limitazione della rotazione esterna e per l’importante accorciamento dell’arto.

In età neonatale è possibile ricondurre un anca displasica ad un’anca normale o quasi attraverso l’impiego di divaricatori. Raramente, e di solito in caso di diagnosi tardiva, sono necesarie manovre di riduzione e successive ingessature.

Il paziente adulto displasico deve cercare in ogni modo di prevenire l’evoluzione artrosica, che è particolarmente rapida per le anche sublussate e per quelle centrate affette da una grave displasia residua. La norma di vita fondamentale è mantenere un basso peso corporeo, evitando assolutamente il sovrappeso. Le attività fisiche che gravino sugli arti inferiori (per es. jogging) vanno eliminate a favore di attività che consentano di scaricare le anche (per es. nuoto). Il mantenimento di un buon tono muscolare gluteo attraverso esercizi mirati può contenere o persino neutralizzare la tendenza alla claudicazione.

Solitamente quando l’anca sia ormai artrosica e dolorosa, la protesi costituisce l’unica soluzione realmente efficace. Poichè il tasso di complicazioni in questa chirurgia è superiore a quella dell’artrosi primaria, l’indicazione va valutata con cura. Le anche displasiche lussate, che in genere sono ben tollerate dai pazienti, andrebbero protesizzate solo quando veramente invalidanti.

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